Frida Kahlo - L'Escargot
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Frida Kahlo

Domenica mattina, con la mia dolce Julia, dopo aver sentito e letto di questa ennesima mostra immersiva sensoriale, questa volta nel mondo della pittrice messicana più acclamata di tutti i tempi, fingo di vincere le mie riserve di tipo ideologico-culturale e mi metto in fila.

Frida Kahlo Il caos dentro, che dal 12 ottobre al 29 marzo 2020 sta andando in scena nei locali di Spazio Eventi Tiro, è un tradimento, a mio parere, per coloro che amano la pittura.

Passo oltre la scorrettezza degli ospitanti di comunicare soltanto dinanzi al botteghino ai meticolosi docenti, muniti di buono già prodotto con l’apposita carta (come esplicitamente risulta ancora indicato sul sito della mostra), l’indisponibilità di quella forma di pagamento e mi accingo ad entrare più curiosa che mai.

Lo spazio è affollato di gente che gira confusa, non aiutata da indicazioni didascaliche puntuali.

Eccetto che nella sala biografica, i pannelli appaiono sommari e le informazioni sulle opere risultano poco circostanziate.

Il percorso è caotico e mi accorgo dalle domande che sento riecheggiare negli spazi che non è affatto chiaro, in special modo per i non addetti ai lavori, il confine di ogni cosa tra l’originale e il riprodotto.

Oltre ad un solo dipinto piuttosto insignificante (ma potrei sbagliarmi), le opere pittoriche proposte al visitatore sono in formato Modlight, ossia sottoforma di pannelli retroilluminati con una risoluzione molto elevata; un metodo che consente di leggere con assoluta fedeltà le pennellate di Frida, ma che resta incapace di generare qualsiasi impressione sul fascino suggestivo dell’artista e della materia pittorica.

L’ambiente è molto spettacolarizzato, essendo chiara la volontà di provare a riproporre un mood, quell’atmosfera “mexicana” impastata di umori sacri e profani incisi nella mente e nel cuore di chiunque sia passato su quelle terre.

Abiti coloratissimi, busti, candele, crani, la sedia a rotelle, un cavalletto, due stampelle, i tubetti dei colori spremuti, scale, fiori e giardini, e persino il baldacchino sul quale l’artista si fece montare uno specchio in cui potersi guardare per ritrarsi, cercando di alleviare con la pittura il dolore del corpo.

Ma è tutto finto e la poesia dell’esperimento si svuota di significato ad ogni passo, immersi come siamo in un mix di supporti multimediali e contenuti generici degni della più ingenua banalizzazione del padiglione Mexico di Expo.

Tra qualche foglio all’amato Diego e pagine personali compaiono anche le note fotografie del colombiano Leo Matiz, un documento importante che ci regala la passione ed il tormento di Frida, ma nessun riferimento didascalico ne arricchisce il ricordo, con l’attenzione che ci si aspetterebbe.

Visitare questa mostra è come aprire una cassa piena di cose, utili per raccontare una storia emozionante, ma bisogna avere occhio per non inciampare qua e là tra luoghi comuni e superficialità dei nostri giorni.

“Non sono malata. Sono rotta. Ma sono felice, fintanto che potrò dipingere”.

Frida Kahlo

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