Joan Miró (Barcellona, 1893 – Palma di Maiorca, 1983) è un artista che si può proporre con successo durante l’infanzia e che io stessa ho scoperto da bambina.
Le sue figure, senza capirle, mi erano familiari perché somigliavano a quelle che scarabocchiavo sui quaderni mentre studiavo: grandi occhi, teste deformi, costellazioni, stelle e soli ripetuti tante volte sempre in modo diverso attraverso la forza dei colori primari. Ogni segno ritratto aveva il peso delle esperienze vissute o anche la luce delle allegrie immotivate e improvvise.
Sentivo un soffio di leggerezza e di mistero, un incanto giocoso di vita, una complicità di conoscenza chiara eppure sconosciuta ogni volta che lo incontravo in qualche immagine, senza sapere niente di lui.
Ho scoperto col tempo che guardavo dalla direzione giusta perché Mirò va goduto senza interpretazioni, mentre i suoi affastellati elementi ci coinvolgono in pensieri inenarrabili suggerendo sensazioni potenti.

Le ottanta opere fanno parte della collezione del Museo Serralves di Porto e comprendono dipinti, disegni, sculture, collages, incisioni e arazzi, realizzati tra il 1924 e il 1981, tutti provenienti dalla importante collezione del
grande maestro catalano di proprietà dello Stato portoghese.
Nelle opere risulta chiaro il contatto con circostanze e temi diversi. È evidente il suo amore per la poesia, l’amicizia con Picasso ed il confronto continuo con l’espressionismo, il surrealismo e l’arte orientale.

Sono gli anni in cui la pittura confonde, lascia senza parole e va oltre la realtà,
inviando messaggi autentici fatti di sogni e sperimentazioni continue, che suggeriscono impreviste associazioni psichiche.

Fino al 23 febbraio 2020, PAN | Palazzo delle Arti di Napoli
Via dei Mille, 60 Napoli
Più del quadro in sé conta quel che esso emana e diffonde. Se viene distrutto non importa.
L’arte può anche morire, ma quel che conta è che abbia sparso semi sulla terra.
Joan Miró








